IL RAGAZZO DELLA VIA CRUCIS (Angelo,Demone,o tutte e due le choses?)
La prima volta che ho sentito parlare di loro è stato alla fine della scorsa primavera, io avevo passato un sacco di tempo all'università, stavo tenendo una serie di seminari a dei ragazzi del primo anno. Mentre rientravo in paese, sul bus, sentivo la gente parlare di loro, le voci mi arrivavano coperte dalla radio che mandava stupide canzoncine commerciali: "Fanno come i pazzi, corrono giorno e notte. Ogni tanto cadono e si rialzano, magari si fanno male ma non dicono nulla a casa". Un'altra voce diceva: "Speriamo Gesù Cristo gliela mandi buona, se penso che qualcuno potrebbe rimanerci, mi vengono i brividi, Oh Gesù!". Erano voci di donne, vedevo nella poca luce dell'autobus le loro borse di negozi e quelle, meno rassicuranti, dei centri diagnostici. Mentre ci avvicinavamo al territorio di Santa Sofia ho capito di cosa stessero parlando, ma soprattutto di chi: una moto sfrecciò accanto al pullman e sollevò una nuvola di polvere dalla strada asfaltata male, nella curva successiva evitò con grazia un'auto che procedeva nel senso inverso e la salutò alzando il medio.
All'ultimo tornante prima del paese vidi una scritta, diceva "SANTA SOFIA CORSE". Qualcosa non andava per il verso giusto nel mio sonnacchioso paesino. Quella sera stessa, era Venerdì, andai al bar e, davanti alla porta, c'erano dei ragazzi, tutti sui sedici anni, vestiti con giubbotti bombati da motociclisti e, accanto a loro, delle motociclette. C'era un chopper di fabbricazione italiana (in fondo una sfigatissima imitazione Harley Davidson), alcune Ducati (tutte imitazioni di moto da gara, con tanto di numeri e sponsor) di una moto da cross, con un inquietante numero uno rosso sulla fiancata. Sembrava un aereo da guerra. Su tutti i mezzi, con un pennarello "Osama" e una scrittura malferma qualcuno aveva inciso: "SANTA SOFIA CORSE". Stettero tranquilli per un po', poi ad un cenno del più basso di loro, un ragazzino biondo con i capelli rasati ai lati e gli occhi azzurri spiritati come quelli di un pazzo, partirono facendo un rumore infernale e qualche vecchio si affacciò alla finestra. Minacciavano di chiamare i carabinieri, quelli ridevano e continuavano a dare gas alle moto. Ogni tanto gridavano. Erano in preda ad un'eccitazione quasi sessuale, avevo avuto una percezione simile solo leggendo "Crash" di Ballard. Nel romanzo dello scrittore inglese gli adepti di un oscuro figuro si eccitano solo durante gli incidenti stradali, questi adolescenti in crisi ormonale si eccitano solo quando riescono a creare caos nel centro del paese e riescono ad impennare le moto sui ciottoli traditori e scivolosissimi della piazza del mio paese. Mi ricordo che restai molto colpito dalla vicenda di Alex Zanardi, il pilota che perse entrambe le gambe in una gara di formula Indy. Dopo il posizionamento di due protesi che gli diedero di nuovo la possibilità di camminare fu intervistato da Michele Lupi, e l'intervista fu inserita nel (bel) libro "Racers: storie di uomini con la velocità nel cuore" (Feltrinelli 2004), Zanardi con candore affermava che il secondo pensiero che lo sfiorò, subito dopo la gioia per la rinnovata possibilità di camminare, fu quello di riprendere a guidare. Il richiamo dell'adrenalina era fortissimo, anche dopo un incidente quasi mortale. La scorsa settimana uno della SANTA SOFIA CORSE si è schiantato per terra dopo una gimkana, in mezzo ad un paio di auto e qualche persona, nella piazza del paese. L'ho incontrato stamani, era triste per il dolore alla schiena e soprattutto perché la sua moto era distrutta. Il pensiero della sua morte (possibile) non lo aveva sfiorato nemmeno per un istante. Beata incoscienza, romanticamente mi ha ricordato "Easy Rider" e "Gioventù Bruciata", poi mi è venuto in mente "Il Selvaggio" (di Lazlo Benedek del 1953, il primo film sui ribelli su due ruote) con Marlon Brando, con tutti i suoi clichè della delinquenza giovanile e della velocità. E' un peccato che siano così poco colti questi ragazzetti motorizzati, i giubbetti di Brando e compagnia rombante erano molto più attraenti della rivolta arteriosclerotica di Vasco Rossi (che invece è il loro idolo). Non posso fare nulla per la loro incolumità, ma almeno posso passargli qualche DVD.
Michele Trotta
Originariamente pubblicata su "O, rivista Omero"il 13 ottobre 2008

It's Sunday and the streets aren't clear
The traffic's screaming
but we can't hear
The sounds...the metals...
driving us mad...
The sounds...the metals...
driving us mad...
We must bleed, we must bleed,
we must bleed
The crash as the bottle breaks
Flashes it will through my veins
The pain...the colors...
making me sane...
The pain...the colors...
making me sane...
the pain...the colors...
making me sane...
We must bleed, we must bleed,
we must bleed
I'm not one I'm two, I'm not one
I'm two, I'm not one I'm two
I want out now, I want out now
I want out now now now now now
now now now...
Ecco,io e Andrea pensavamo di non poter più ascoltare questa canzone,infatti quel cretino del suo ex coinquilino me la fece odiare.Ci erano piaciute alcune dichiarazioni che aveva fatto sulla vita,ma era solo un poveraccio semi-austriaco e sottilmente nazistoide.Un vecchio del palazzo dove abitavano lo chiamava infatti "Il tedesco".Lui indicava un accampamento di zingari e diceva:"Quelli te lo dice Cavallo (almeno si era abituato al nom de plume che gli avevo imposto) rubano tutto cazzo,ti rubano la casa".Il mio sogno era che gli bruciassero la moto e gli rubassero anche le mutande.Non è mai successo,ma in un anno abbiamo imparato ad evitarlo.Lo vedevamo solo ogni tanto e diceva sempre:"Cazzo,cavallo spacca i muri tanto ha voglia di trombare,cazzo Cavallo è di ferro".Era (è) effettivamente il tipo di ragazzo che poteva piacere ad una quattordicenne in fregola per i surfisti,ma i suoi limiti linguistici lo relegavano ad un'afasia autoimposta.Cercavo di dargli qualche lezione di italiano,ma era tempo sprecato.Così abbiamo ricordato anche Cavallo.
In una notte (forse l'ho letto su focus quando mia madre si era abbonata) si sogna in media un quarto d'ora,perchè allora io stanotte ho fatto tre sogni.Sono tre fasi REM differenti?A parte quello del dentista ne ho fatto uno "umanitario"(questa è la definizione esatta e mi piace) ed un altro senza senso.Attribuirei l'ultimo sicuramente alla presenza in paese di Rubagas e del Signor G. (non Gaber).Quando ci sono loro cresce il consumo di alcool ed oggi sono talmente rincretinito da non potermi permettermi nemmeno una camminata fino al campo di calcetto per provare i colpi dei campioni.A proposito,visto il gol di Ibra ieri sera?Un capolavoro,non so quanto volontario ma un capolavoro davvero.Comunque la canzone del giorno è Life on Mars di Bowie,azzarderei anche una playlist:
1)David Bowie Life on mars?
2)Bauhaus She's in parties
3)Adverts Safety in numbers
4)Buju Banton Valley and Hills
5)45 Grave Feel the pain (cover dei damned)
Dovevo andare ad un matrimonio,ma poi mia madre ha avuto pietà del mio doposbronza e la mancata consegna del mio abito da parte della lavanderia ha fatto il resto.Ho sognato cose stranissime ed una soffitta trasformata in studio dentistico.Da un anno ed oltre i dentisti popolano i miei sogni.Solitamente non sono bei sogni,e questo nemmeno lo era.

Veramente molto bello,ma ne parliamo un altro giorno. Per ora posso dirvi solo che è uno dei migliori libri sul calcio mai scritti. E poco importa se è calcio giocato o solamente immaginato.E' un libro che gronda passione. A me Brizzi è sempre sembrato un furbetto, e delle volte con i suoi libri sono stato prevenuto (anche se poi di rado mi deludevano).Questo è il suo migliore romanzo.
Però non soffrirai. Sarà rumoroso, e proverai delle cose, ma ti attraverseranno così velocemente che non ti renderai nemmeno conto di averle provate (...). E il brevissimo momento di fuoco che sentirai sarà quasi bello, come quando hai le mani fredde e c'è un fuoco e tu le protendi verso la fiamma.
La realtà è che morire non è brutto, ma dura per sempre. E per sempre non rientra nel tempo".
DAVID FOSTER WALLACE, Caro vecchio neon, da Oblio
David Foster Wallace è morto. I maggior giornali Americani hanno potuto presentare solo un trafiletto, pare che la risaputa ritrosia al gossip dell’autore non sia terminata nemmeno con la morte. Hanno parlato tutti di suicidio. Presunto suicidio. Oggi si è osata qualche altra rivelazione: Wallace aveva un male incurabile. Il suo gesto sarebbe stato dettato dalla paura della malattia e della sofferenza. In un suo racconto intitolato Caro vecchio neon metteva in scena le riflessioni di un suicida poco prima del gesto estremo. Lo scrittore appariva nel romanzo, era una specie di comprimario del protagonista, ma si capiva bene che la vera empatia era per l’aspirante suicida. Anche lui, come lo scrittore, un personaggio votato alla buona riuscita in tutto (sport, studio e successo con le donne). Ed il protagonista, come l’autore, era sofferente di una cronica insoddisfazione.
I critici, fin dal suo esordio con La scopa del sistema (The broom of the system, 1987) si sono interrogati a cosa somigliasse il moloch della scrittura del giovane Wallace. Non era un post- (o pre) minimalista (questo era evidente), non era un beat fuori tempo massimo (anche se, magari, aveva letto Burroughs) ma era sicuramente un realista. Un realista atipico: amante del romanzo post-moderno a tal punto di concepire due sue opere (due racconti lunghi) come altrettanti tributi ad autori del primo Post-moderno Americano. Infatti sia in Lyndon che in Verso occidente l’impero dirige il suo corso omaggiava rispettivamente (e sfacciatamente attraverso il “gioco” della riscrittura e della citazione) il Donald Barthelme di Robert Kennedy salvato dalle acque e il John Barth di Lost in the funhouse.
Nella sua opera più importante, quell’Infinite Jest (Lo Scherzo Infinito), che farà dire ai critici “ecco il nuovo Joyce!!!”, crea un mondo possibile che per 1400 pagine (delle quali un centinaio sono note e raggelanti dissertazioni scientifiche) inchioda il lettore alla descrizione di un fantomatico “Anno Del Pannolone Per Adulti Depend- APAD-“, che altro non è che il 2009. Un mondo che è solito scegliere uno sponsor per i suoi anni solari, un’umanità che guarda cartucce digitali di intrattenimenti sempre più crudeli scegliendole da un menù digitale, un’america violentata da conflitti interni che ha come ultima sacca di resistenza alla follia dilagante una clinica per la cura delle tossicodipendenze. Al di là della scrittura, che pure era un esempio di “Realismo Isterico-Ipertrofico”, Wallace è un osservatore del mondo attento ed ironico. Non c’è nulla di assurdo nello scultore de Il canale del dolore che è solito creare opere d’arte dalle sue feci, lo scrittore è solo un profeta che ci illustra lo stato dell’opera nell’era della sua riproducibilità (e digeribilità) tecnica. Il mondo “iper informato” ed “iper comunicante”, per dirla con Baudrillard, fa coincidere ad una maggiore cattura di informazione una grande perdita di senso. Proprio quello che succede nelle ultime pagine di Infinite Jest, o nel racconto La morte non è la fine. Le parole per lo scrittore americano non sono grimaldelli per forzare le coscienze, più che altro sono narcotici per precipitarli in una paranoia assoluta ma innocua ( è solo meta-fiction baby, vi direbbe il più scafato lettore del genere).
David Foster Wallace ci mancherà per moltissimi motivi: principalmente perché è stato il primo a sfidare le regole dell’intrattenimento letterario contemporaneo e secondariamente perché ha osservato il mondo contemporaneo con puntualità, dai suoi aspetti più banali a quelli più perturbanti. La sua capacità di passare dalla saggistica alla narrativa era una prerogativa quasi irritante e propria solo dei Maestri.
Fernanda Pivano nel ricordare Foster Wallace sul Corriere Della Sera di Lunedì, ha paragonato il suo suicidio a quello di Cesare Pavese o di Ernest Hemingway, la sua dipartita lascia uno spazio incolmabile. Personalmente penso che il silenzio dei Telegiornali Italiani (o forse voglio sperarlo?) non sia dettato dall’indifferenza che sempre accompagna la cultura (altrimenti chi avrebbe dovuto “celebrarlo”? Mollica, ma dai…), ma per una volta, dall’incapacità di riuscire a spiegare cosa ha rappresentato questo scrittore –per i suoi lettori e per la letteratura- nella sua brevissima e fulminante carriera. Molti lettori che si erano avvicinati alle sue opere su mio consiglio, mi restituivano i libri schifati e giustificavano la loro reazione negando che quella di Wallace fosse letteratura. Bene, credo sia la stessa sensazione che provarono i primi fruitori (in epoche differenti) delle opere di Duchamp o di Jackson Pollock. Oppure lo stesso panico che provocarono nei lettori degli anni trenta le pagine di William Burroughs. Wallace era una persona dotata di una grande umanità. Il suo distacco dagli avvenimenti narrati era solo cifra stilistica, in realtà si sentiva partecipe di ogni argomento da lui trattato. Era capace di provare empatia per le mucche da latte delle fiere dell’ Illinois come per La fine orrenda delle aragoste e per il lamento agonizzante che emettevano. Lo straziava sapere che questa sofferenza era finalizzata ad un capriccio alimentare dell’uomo. In queste occasioni lo sguardo che riservava all’umanità era carico di sgomento.
Oggi le congetture sul suo suicidio non ci interessano, personalmente non mi tange nemmeno sapere se avesse in preparazione un’altra opera. L’unico motivo che mi spinge a scrivere, oggi, è ricordare uno narratore vero, il migliore, sicuramente, della sua generazione. Uno scrittore che in Italia, nonostante i coccodrilli sui vari giornali siano stati puntuali e precisi, non godeva di un successo di massa. Il motivo è chiaro: pochissimi si sarebbero presi la briga di leggere Infinite Jest o La scopa del sistema. In una nazione dove Fabio Volo è campione di vendite il libro è diventato solo un pezzo d’arredamento inutile. Un contenitore i banalità. Probabilmente, se fosse stato Italiano, David Foster Wallace non sarebbe nemmeno arrivato a quarantasei anni.
Michele Trotta
originariamente pubblicato su "CalabriaOra" del 2 ottobre 2008