domenica, 31 agosto 2008

Damned

I Damned,a detta delle cronache ed anche di Federico Guglielmi)sono stati il primo gruppo di punk inglesead incidere un LP ed a fare un tour in america (con i Dead Boys). Questo basterebbe a metterli su un piedistallo,ma se siete difficili vi basti sapere che il loro primo disco è una botta di distorsioni e di velocuità. Vi basti sapere che c'è una cover di 1970 degli Stooges (altrimenti nota come I Feel Allright) e che,in fondo,più che dei punk rockers,erano dei pub rockers velocizzati.

amate i Damned.

Errori di valutazione

Ieri ho pensato che mi sarei svegliato lo stesso presto.Non mi sono svegliato presto.Ieri ho pensato che oggi sarebbe piovuto.Non è piovuto.In realtà non ho nessuna voglia di andare al mare oggi.Proprio per nulla.
postato da: sonicreducer alle ore 11:02 | link | commenti
categorie: calabrianpigs

Mirino-Raymond Carver-

Un tizio senza mani si è presentato alla porta per vendermi una foto della mia casa. Se non era per gli uncini cromati, sembrava
un uomo sulla cinquantina come ce ne sono tanti.
“Come ha fatto a perdere le mani?”, gli ho chiesto dopo che mi aveva detto cosa voleva.
“Quella è un’altra storia”, ha detto lui. “La vuole questa foto o no?”
“Si accomodi”, ho detto io. “Ho appena fatto il caffè”.
Avevo appena preparato anche della gelatina di frutta. Ma quello non gliel’ho detto.
“Magari se posso usare il bagno”, ha detto il tizio senza mani. Volevo vedere come avrebbe fatto a reggere la tazzina. Avevo già capito come faceva a reggere la macchina fotografica.
Era una vecchia Polaroid, grossa e nera. L’aveva assicurata a cinghie di cuoio che gli giravano attorno alle spalle per incrociarsi sulla schiena e così gliela tenevano ferma sul petto. Si piazzava sul marciapiedi davanti alla casa, l’inquadrava nel mirino, premeva il pulsante con un uncino e la foto saltava fuori dalla macchina.
È che l’avevo osservato dalla finestra, capite?
“Dove ha detto che sta il bagno?”
“Laggiù, alla sua destra”.

Curvandosi e stringendo le spalle, si liberò delle cinghie. Appoggiò la macchina sul divano e si rassettò la giacca.
“Mentre sono di là, può dare un’occhiata a questa”.
Ho preso la foto che mi porgeva. C’era un rettangolino di prato, il vialetto, il garage, i gradini d’ingresso, la finestra panoramica e quella più piccola, della cucina,
da dove lo stavo osservando. Che cosa ci dovevo fare con una foto della tragedia? L’ho esaminata un po’più da vicino e ho visto una testa, la mia testa, che s’intravedeva all’interno della finestra della cucina.
Mi ha fatto riflettere, vedermi lì così. Ve lo dico io, è una cosa che fa riflettere. Ho sentito l’acqua scrosciare. Lui è arrivato dal corridoio, rassettandosi con un sorriso, con un uncino si reggeva la cintola e con l’altro si sistemava la camicia.
“Be’, che ne pensa?”, ha detto. “Va bene? Personalmente credo sia venuta bene. So quel che faccio, no? Bisogna ammetterlo, ci vuole un professionista”.
Si è sistemato la patta dei pantaloni.
“Ecco il caffè”, gli ho detto.
E lui: “Lei è solo, vero?”
Si è guardato intorno nel soggiorno, poi ha scosso la testa.
“L’è dura, l’è dura”, ha detto.
Si è seduto accanto alla macchina fotografica, si è appoggiato allo schienale con un sospiro e mi ha sorriso come se sapesse qualcosa che non mi avrebbe rivelato.
“Prenda il caffè”, gli ho detto.
Stavo cercando di pensare a qualcosa da dire.
“Sono venuti tre ragazzini che volevano dipingere il mio indirizzo sul marciapiedi. Volevano un dollaro. Non è che ne sa qualcosa?”
L’avevo buttata là a casaccio. Ma l’ho osservato bene lo stesso.
Lui si è chinato in avanti serio, con la tazza in equilibrio tra gli uncini. L’ha posata sul tavolinetto.
“Io lavoro da solo”, ha detto. “L’ho sempre fatto, sempre lo farò. Che vorrebbe dire?”, ha chiesto.
“Cercavo solo di fare un collegamento”, ho risposto.
Avevo un gran mal di testa. Lo so che il caffè non aiuta, ma certe volte la gelatina funziona. Ho ripreso in mano la foto.
“Stavo in cucina”, ho detto. “Di solito sto sul retro”.
“Succede sempre così”, ha detto lui. “E così hanno preso e l’hanno piantata, vero? Per esempio, prenda me, lavoro da solo. Allora, che ha deciso? La vuole questa foto?”
“La compro”, ho detto.
Mi sono alzato e ho raccolto le tazzine.
“Certo che la compra”, ha detto. “Quanto a me, ho una stanza in città. Niente di speciale. Prendo l’autobus verso la periferia e dopo aver fatto il giro dei quartieri, vado in un’altra città. Capisce cosa voglio dire? Anch’io avevo dei figli una volta. Proprio come lei”, ha detto.
Sono rimasto lì con le tazze in mano a osservarlo mentre cercava di rialzarsi dal divano.
Ha detto: “Sono loro che mi hanno ridotto così”.
Ho guardato bene quegli uncini.
“Grazie per il caffè e per l’uso del bagno. La capisco, sa?”
Ha mosso gli uncini su e giù.
“Me lo dimostri”, ho detto. “Mi dimostri quanto. Faccia altre foto a me e alla casa”.
“Non funzionerà”, ha detto il tizio. “Non torneranno mica”.
Comunque l’ho aiutato a rimettersi le cinghie.
“Le posso fare un prezzo speciale”, ha detto lui. “Tre scatti per un dollaro”. Poi ha aggiunto: “Se le faccio di meno, ci rimetto”.
Siamo usciti. Lui ha regolato l’otturatore. Mi ha detto dove piazzarmi e ci siamo messi al lavoro. Abbiamo fatto il giro della casa. Sistematicamente. A volte guardavo da un’altra parte. Altre, fissavo l’obbiettivo,
“Bene”, diceva. “Così va bene”, diceva, finché non abbiamo fatto tutto il giro della casa e siamo tornati sul davanti. “Sono venti, adesso. Basta così”.
“No”, ho detto io. “Anche sul tetto”, ho aggiunto.
“Gesù!”, ha esclamato. Poi ha dato un’occhiata su e giù per la strada. “Come no?”, ha detto. “Adesso sì che fa sul serio”.
Gli ho detto: “Tutto quanto, baracca e burattini. Se la sono squagliata alla grande”.
“Guardi un po’ qui!”, ha detto il tizio e di nuovo mi ha mostrato gli uncini.
Sono rientrato a prendere una sedia. L’ho sistemata vicino al garage. Ma non era abbastanza alta. Allora ho preso una cassetta e ho messo la cassetta sulla sedia.
Si stava bene lì, sul tetto. Mi sono messo in piedi e mi sono dato un’occhiata intorno. L’ho salutato con una mano e il tizio senza mani mi ha risalutato con gli uncini. È stato allora che li ho visti, i sassi. C’era una specie di nido di sassi sulla grata che copre il buco del comignolo. Sapete come sono i ragazzini. Li tirano lassù, sperando di farne cadere qualcuno giù per il camino.
“Pronti?”, gli ho gridato, poi ho raccolto un sasso e ho aspettato che m’inquadrasse nel mirino.
“Va bene!”, ha risposto.
Ho tirato indietro il braccio e ho gridato: “Ora!” Ho tirato quel figlio di puttana il più lontano possibile.
“Non lo so mica”, l’ho sentito gridare. “Di solito non faccio foto d’azione”.
“Ancora!”, ho urlato, e ho raccolto un altro sasso.

Veleno e polvere

Ci sono vite sospese e tenute su solo dall'odio cieco che riescono ad esprimere. Stasera un vecchio,con i tubi dell'ossigeno che sporgevano dal naso,ci ha lancuìiato addosso un secchio d'acqua mentre ce ne stavamo seduti sotto i suoi balconi. Nei suoi occhi odio puro. Intanto stiamo rimettendo a posto il nostro cervello,lo stiamo abituando al vuoto solito autunnale.Facciamo spazio per riempirlo di foglie secche e niente altro. Ci vorrebbe uno sfigato con tanto di chitarrina al seguito percantare le tristezze autunnali dei cantaautori da canile (quelli italiani insomma). La vita non è mai stata allegra o generosa con certi miei anici,eppure li ho visti sempre sorridere o perdere i denti con classe.
sabato, 30 agosto 2008

RAMONES RAMONES RAMONES RAMONES

Il sabato bisognerebbe uscire con i walkman e le cassette dei Ramones a tutto volume. Bisognerebbe farlo per evitare incontri con ragazzini troppo rumorosi,con ex ragazze che vengono in paese a bersi una cosa al bar e ti chiamano (ma non vi sentivate dalle vacanze del terzo liceo per dirla tutta).Per evitare automobilisti che strombazzano in maniera assurda su strade dissestate,per evitare cugine con bimbi piccoli a carico che vogliono smollarvi le suddette creature. E' tutto un mondo bieco quello che i RAMONES ricopriranno di terra.

Punk ad oltranza

Il colore del sangue coagulato è un marroncino scuro,quasibordeaux. I miei problemi con questo colore sono cominciati da piccolissimo:mia nonna mi regalava le scatole di colori "carosello",le aprivo e tiravo fuori quello che a me sembrava un marrone fortissimo,poi era un rosso più scuro. Mi piaceva il calore di quella tinta ma non mi piaceva non saperne stabilire la gradazione. Alla fine,anche se ero piccolino,volevo il completo controllo sulle cose che avevo fra le mani. Poco fa ho sognato di avere a che fare con Darby crash (ora,se siete frequentatori storici di questo blog di Darby Crash e dei Germs ne dovreste avere fin sopra i capelli). Darby nel sogno era abbastanza in forma (nemmeno tanto magro) ed aveva una splendida cresta bordeaux. Non mi ricordo di cosa parlavamo,ricordo che però era molto disponibile e rispondeva alle mie domande in modo educato ed esaustivo (e poi dicono che i punk son cattivi ragazzi). Il concerto chiaramente era stato bellissimo ed avevano suonato tutti i loro pezzi più fighi in maniera penosa (per questo il concerto era stato bellissimo,mica ero andato a vedere i Dire Straits,ero andato a vedere i Germs). Io ero lì con Rubagasso ed un personaggio che solo la cattiva digestione può aver tirato fuori dai miei ricordi:un tipo del paese che ad un certo punto della sua esistenza fu tristemente famoso perchè riempiva di pugni ignari cittadini. Colpì con una certa frequenza per un sei mesi,poi il prozac ed altri antidepressivi lo spedirono nel mondo dei sogni (ed è tuttora lì) a nuocere a nessuno. Ed infatti lì al concerto del mio sogno si è comportato in maniera esemplare.

John Carpenter: un provinciale come noi.

La storia di John Carpenter potremmo farla iniziare in un cinema in una città della provincia americana (nel Kentucky). Nei tardi anni cinquanta John va al cinema a vedere un film con sua mamma, il film è Destinazione…Terra, è uno di quei film trasmessi in 3D, il piccolo John indossa gli occhiali con le lenti colorate per la visione del film (un vero pezzo di modernariato pre-pop gli occhiali 3D) e lancia un urlo fortissimo. La madre lo ritrova nell’ingresso del cinema in preda ad un sentimento di inspiegabile paura ed eccitazione. John Carpenter ha deciso: da grande farà il regista.

Nel 1968 Carpenter studia alla USC di Los Angeles ( un’accademia di cinema dove si formano talenti cinematografici) e nel 1973 gira Dark Star, una parodia di 2001: odissea nello spazio. Il film è accreditato a Carpenter e Dan O’Bannon (compagno di studi di John ed in seguito nel team creativo di Alien). L’opera viene accolta tiepidamente ed in modo peggiore viene accolto anche il suo secondo lavoro: Distretto 13 le brigate della morte. Nonostante tutte queste delusioni il film è un capolavoro di cinema indipendente, una caserma, nel suo ultimo giorno di apertura, viene presa d’assalto da dei malviventi psicolabili. La mattanza finale è un omaggio tanto all’Howard Hawks di Un dollaro d’onore che al Sam Peckinpack de Il mucchio selvaggio. Un western fuori tempo massimo, come quelli che girerà negli anni ottanta un altro grande outsider del cinema americano: Walter Hill ( I guerrieri della notte, Driver L’imprendibile ed altri).

John Carpenter non è un regista horror, questo è un equivoco creato da una certa critica facilona e demente, Carpenter vuole solo impegnarsi nella realizzazione di storie fantasy con risvolti sociali. Stranamente il suo successo più grande gli arriva proprio da un horror (l’unico horror tout court mai girato dal cineasta): Halloween del 1978. La storia di Mike Myers, il serial killer psicopatico ed indistruttibile (in parte Golem ed in parte Psycho) è campione d’incassi del biennio 78\79 e trascina una manciata di sequel (ed ultimo un prequel atipico a firma Rob Zombie) tutto sommato inutili.

Dopo Halloween per Carpenter si schiudono le porte di Hollywood. Realizza negli anni ottanta una serie di film belli e decisamente sfortunati. Se da un lato queste pellicole gli portano il rispetto degli appassionati di cinema di tutto il mondo, dall’altra gli chiudono per sempre le porte della mecca del cinema. A distanza di più di ventanni sembra impensabile che film interessanti e seminali come: 1997: Fuga da New York, Grosso guaio a Chinatown e La Cosa abbiano sancito la fine del rapporto di Carpenter con gli studios. Nel 1989 con Essi vivono, e dopo una lunga depressione, il regista torna al suo primo amore: la fantascienza commista all’horror. In un futuro piuttosto prossimo delle entità aliene controllano le menti degli umani attraverso i media e la pubblicità (vi ricorda qualcosa o qualcuno?). I pochi fortunati  indossando degli speciali occhiali possono riconoscere gli invasori ed i loro terribili messaggi subliminali. Con questa opera Carpenter può contemporaneamente omaggiare il regista Dan Siegel (L’invasione degli ultracorpi è più che un modello in questo lavoro) e ironizzare sul consumismo e sulla guerra fredda ormai agli sgoccioli. Negli anni novanta il suo capolavoro è Il seme della follia (dove recupera H.P. Lovecraft ed il suo universo al laudano). Per il ventunesimo secolo stiamo ancora spettando.

La grandezza di John Carpenter non si discute, è un maestro del terrore, imitato (spesso male) e citato nei manuali di cinema. Ha saputo coniugare un’estetica rock n’ roll (nel 1979 ha dedicato un film ad Elvis Presley e ne Il Signore del male ha diretto il rocker Alice Cooper) ed un taglio sociale. Ha anticipato gli horror apocalittici dell’ultima stagione cinematografica (Cloverfield e Rec su tutti), ha inventato gli slasher movies con Halloween e non ha mai ceduto alla tentazione del sangue facile, che così bene paga nel cinema contemporaneo. Stiamo solo aspettando il prossimo capolavoro. Non deluderci John.

Michele Trotta

Le verità dei Jesus and Marychain

Io credo che i Jesus and Marychain siano stati un gruppo serio. Non voglio parlare della reunion,non mi interessa. Ma credo che la loro forza fosse l'assoluta sincerità della loro arte. Non c'era nulla di costruito nei loro dischi,erano così:martellanti,caotici e romanticamente (io odio usare gli avverbi) perversi. Il loro primo disco è una risposta a tutti quelli che pensano che l'intrattenimento non può essere paranoico. Il fidchio del loro feedback, il martellare gelido delle batterie ed il tono della voce mi hanno sempre fatto un'impressione strana, come se fossero pezzi diversi assemblati  per puro caso in una canzone. A questo proposito io e Rubagasso preferiamo Barbed Wire Kisses,la raccolta di B-side e pezzi sparsi. Ci piace la cover di Bo Diddley e ci piace Kill Surf City. Ma in realtà ci piace tutto, se in macchina di Rubagasso alzi il volume (chiaramente stiamo parlando di cassette qui,il cd non è contemplato) ti giunge un suono cacofonico e costretto, succederebbe alllo stesso se invece di martellatori noise ascoltasse il bolero di Ravel. Ecco in quei momenti io raggiungo l'estasi. Dopo il primo album i Jesus and Marychain si sono persi. Hanno ritrovato la strada giusta dopo la prima metà degli anni novanta. in quel momento i suoni giusti erano altri e loro si trovarono clamorosamente indietro. C'era stato un ciclone chiamato Grunge (che in realtà era solido punk suonato meglio nel migliore dei casi, o heavy maetal bolso nel peggiore) che aveva cambiato gli acolti del pianeta. Ora,con i Kills ed i Warlocks non sfigurerebbero, anzi gli farebbero certamente il culo. Gli Scozzesi non hanno il senso degli affari.

venerdì, 29 agosto 2008

Caos Calmo

La parola “Caos” in questo romanzo appare  tantissime volte. Il Caos calmo evocato dal titolo è quella sensazione che si vive da bambini ogni giorno. Quella grazia che ti fa capire che le cose andranno bene anche se non ne sei assolutamente sicuro.

Di Caos Calmo non se ne parlerebbe tanto se, nella sua trasposizione di celluloide, il ruolo di Pietro Palladino non fosse finito a Nanni Moretti. Questo romanzo ha vinto il premio Strega nel 2006 ma non è quel che si dice un “libro indimenticabile”, per quanto i presupposti siano molto forti.

Pietro Paladini è un quarantenne ricco e realizzato, convive con Lara da più di dieci anni ed hanno una bambina in età da scuole elementari. Lavora in un colosso dell’intrattenimento televisivo ed ha deciso di sposarsi. Pochi giorni prima del matrimonio Lara muore improvvisamente e Pietro, alla riapertura delle scuole, comincia a passare le sue giornate seduto su una panchina del giardinetto di fronte la scuola della figlia. In questo modo Pietro non soffre e la bambina sembra felice di saperlo a pochi metri da lei, separati soltanto dall’austero portone e dalla bidella gentile. Pietro comincia a trovare normale questo nuovo modus vivendi e riprende a lavorare incontrando proprio su quelle panchine i suoi colleghi preoccupati per l’imminente fusione con un gruppo concorrente degli Stati Uniti. Quell’ineluttabilità positiva che fa da leit motiv alle ore trascorse sulla panchina riempiono Pietro di calma e lo portano ad ingannare il tempo compilando elenchi inutili ed oziosi delle cose fatte in quella che ormai è una vita precedente.

Questo romanzo tradisce un’eccessiva (e sospetta) somiglianza con Lunar Park di Bret Easton Ellis, anche qui c’è molto autobiografismo mascherato, un frasario che passa con disinvoltura dal “colto formale” al “volgare spicciolo”, un riciclo di personaggi che avevamo già incontrato nei libri precedenti di Veronesi (Gianni Orzian, lo scrittore autore de Le avventure di Pizzano Pizza è il protagonista del romanzo di  La forza del passato) e l’uso della musica (o di alcune canzoni) come di un medium capace di trasportare messaggi dall’aldilà (nel libro di Bret Easton Ellis era una versione di un classico motown- Sunnyside of the streets- in Caos Calmo è un cd dei Radiohead che “parla” al protagonista). Viene spontaneo pensare ad un omaggio (plagio?).

Caos Calmo è molto lungo (siamo oltre le cinquecento pagine) e la lettura in molti punti non è affatto agevole, appesantita dal monologo interiore del protagonista e da dialoghi  a volte statici. La lunga sequenza di sesso (che nella trasposizione filmica ha fatto venire le voglie a tutte le lettrici\ori delle riviste da bagno ed i pruriti censori- che tanto sarebbero arrivati anche si fosse trattato di Bianca e Bernie nella terra dei canguri – della C.E.I) non è molto eccitante e nell’ultima parte è piuttosto noiosa, forse perché il solito monologo di Pietro Paladini conferisce alla sequenza un aspetto moviola più adatto alla Domenica Sportiva. Di cose positive da dire ce ne sono comunque: innanzitutto si tratta di un romanzo sull’elaborazione del lutto, cosa che in Italia non si può definire una consuetudine, visto che siamo circondati dai quarantenni Mocci(osi)ani perennemente in calore, e da una letteratura di genere (il noir o giallo per essere più precisi) che, dopo un momento esaltante,  ha finito per incartarsi sui luoghi comuni del genere e su personaggi tutti identici e tutti troppo televisivi.

Caos Calmo è quello che verrebbe considerato fiction tradizionale con pretese psicologiche. Veronesi nei suoi romanzi precedenti è sempre stato un attento osservatore dell’Italia contemporanea ed anche in questo caso descrive con lucidità il mondo dei manager e della televisione (che nel romanzo entra solo di striscio) e trasmette credibilità ai suoi personaggi con considerazioni su barche e macchine di lusso fatte a cuor leggero (noi non potremmo mai). I suoi personaggi si fanno un sacco di problemi e Pietro è divorato da un senso di colpa fortissimo: sua moglie è morta ma lui non si dispera e non si consuma nel dolore. Questo agli occhi dei suoi colleghi lo rende un alieno, o peggio un cinico. Pietro in realtà  vuole solo impegnarsi nella ricostruzione di una sua  heimlich posticcia chiedendo aiuto (senza in realtà mai chiederlo) agli abitanti del quartiere, ai baristi ed ai frequentatori più o meno abituali del quartiere che ospita la scuola della figlia. Veronesi è molto bravo nel portare alla luce la vera ossessione dell’Italia contemporanea: il sesso. Di sesso in Caos Calmo ne troviamo tantissimo: poco, in realtà, quello fatto e molto quello immaginato (o solo agognato). Un romanzo da ascriversi nella corrente dei vari Alessandro Piperno, Leonardo Colombati o Edoardo Nesi, ovvero quei narratori che raccontano l’Italia dei nostri anni partendo da vicende intime ed anche dolorose (Aurelio Grimaldi, regista del Caos Calmo cinematografico, ha già opzionato i diritti de L’età dell’oro di Edoardo Nesi). Personalmente credo che, se avesse avuto un centinaio di pagine in meno, sarebbe stato un buon romanzo. Allo stato attuale mi sento di consigliare queste cinquecento e passa pagine solamente ai lettori “impegnati”: quelli che non si fanno sorprendere dalle storie strampalate e che sanno riconoscere -anche quando sono nascosti bene-  i trucchetti da quattro soldi che consentono all’autore di sganciare vere e proprie bombe emotive.

Michele Trotta