IL RAGAZZO DELLA VIA CRUCIS (Angelo,Demone,o tutte e due le choses?)
Ieri (e scusatemi l'imperdonabile ritardo) era l'anniversario della strage delle Fosse Ardeatine. Un mucchio di imbecilli ha permesso a Priebke di passare una tranquilla villeggiatura in Italia ed ha trasformato quel processo n una burla buona per gli archeologi del bagaglino.Sarebbe stato bello se i quartieri di Rma fossero stati tappezzati da manifesti che ricordavano questa giornata, nulla di nulla. Chissà se il Papa(lo chiedo senza alcun intento polemico)abbia ricordato nel suo angelus domenicale.
I politici hanno taciuto. Tristezza.

Jack Kerouac, Ernest Hemingway, Stephen King ed Hunter S. Thompson hanno qualcosa in comune: hanno usato per scrivere le loro opere una macchina da scrivere Underwood. Kerouac scriveva sulla carta da Telex, perché pensava che il foglio comune usato dai dattilografi avesse una struttura troppo rigida. Hunter Thompson, invece, quando non riusciva a cavare nulla dai suoi appunti si alzava dalla sua scrivania e scaricava un caricatore di revolver contro la sua. Viveva con lei un rapporto fisico e la riteneva responsabile della sua creatività o del suo fallimento (Chissà se dopo le sue sfuriate la portava ad aggiustare da “Drummond e figlio”?). La macchina da scrivere richiedeva, rispetto al suo diretto discendente il computer, un rapporto maggiormente fisico, lo scrittore doveva pigiare con forza sui tasti e doveva aiutarsi con movimenti delle spalle perché, molto spesso, si trovava a battere su tastiere che definire poco sensibili sarebbe un eufemismo. La digitalizzazione della scrittura ha fatto guadagnare moltissimo in velocità e perfezione formale, ma ha fatto perdere molta dell’aura mitica che avvolge la figura dell’artista. In tempi di notebook se mi chiedono di disegnare l’immagine mentale dello scrittore ho subito la visione di Bukowski che batte sui tasti ubriaco ogni notte fino a farsi sanguinare le dita. Nonostante io appartenga alla generazione che ha sempre scritto sulla tastiera del computer, non riesco affatto a trovare romantica l’idea che uno scrittore concepisca un racconto o un romanzo nel vuoto asettico del foglio di lavoro WORD. La macchina da scrivere fa nascere nei suoi possessori l’idea che sia abitata da un qualcosa, da un entità nascosta capace, attraverso tutti i rumori ed i riti che sono necessari per metterla in funzione, di ispirare l’autore e di portarlo alla stesura di qualcosa di perfetto e pienamente compiuto.
Il prototipo della macchina da scrivere fu inventato da Sholes e Gidden che cedettero i diritti a Densmore che a sua volta li vendette a Remington. Remington era già un famoso produttore di armi, con la macchina da scrivere successe che la rivoluzione industriale diede una grossa mano a quella intellettuale. I problemi non erano finiti, la disposizione delle lettere in ordine alfabetico sulla tastiera portava ad una velocità di battuta eccessiva che faceva incastrare i martelletti gli uni negli altri. Gli inventori spostarono l’ordine delle lettere creando la tastiera QWERTY, che esiste tuttora sui computer e che possiamo considerare come l’appendice nel corpo umano: una cosa che non ci serve più ma che continua ad esserci.
Oggi le macchine da scrivere sono usate da feticisti del martelletto e da poseurs sfigati che vivono nel mito di William Burroughs e delle sue macchine infernali che secernevano droghe ed ordinavano agli scrittori cosa scrivere e come. In molte case la macchina da scrivere è un oggetto d’arredamento al tempo stesso nostalgico e ironico; fa parte ancora di una storia troppo vicina a noi, è vicina tanto a Jean Paul Sartre che scrive “La Nausea” a Parigi quanto agli estremisti politici italiani che rivendicavano a colpi di “Olivetti Lettera 22” il loro assalto al cuore dello stato.
Il racconto di Charles D’ambrosio che ci è stato regalato da Valeria Parrella ha avuto una duplice funzione: farci riflettere su come un racconto perfettamente riuscito sia un alternarsi di pieni e vuoti e di come le macchine da scrivere hanno personalizzato il rapporto dell’uomo moderno con la scrittura. Il personaggio del riparatore di macchine da scrivere ha una grandezza incredibile dentro: nonostante sia legato ad un figlio mentalmente minorato (egli vive questa vicenda come una sconfitta) e nonostante sia stato abbandonato dalla moglie per i suoi clienti è una divinità necessaria. La divinità che restituisce la vita all’unico strumento capace di creare un ponte che parte dai loro cuori ed arriva alle punte delle dita.


La gente ha paura di buttarsi nel traffico delle autostrade a Los Angeles. È la prima cosa che sento dire al mio ritorno in città. Blair viene a prendermi all'aeroporto e la sento mormorare questa frase mentre sale sulla rampa d'accesso. Dice: - La gente ha paura di buttarsi nel traffico delle autostrade a Los Angeles -. Questa frase non dovrebbe infastidirmi, ma non riesco a togliermela dalla testa. Inquietante. Nient'altro sembra avere importanza.
Questo è l’incipit fulminante del romanzo d’esordio di Bret Easton Ellis, scritto quando l’autore ha diciannove anni durante un laboratorio di scrittura creativa. Minimalista, certo, ma dove sono gli sbandati di carver, dove sono i nullafacenti abulici? Bret Easton Ellis è il minimalismo “ricco”, è figlio di un benessere senza nessuna ambizione. A ben vedere, i suoi protagonisti hanno in comune qualcosa con gli attanti Carveriani, solo non lo sanno. Il romanzo è ambientato negli anni ottanta, in pieno edonismo Reaganiano ed in piena sindrome paranoica da HIV. Un gruppo di ragazzi si ritrova durante le vacanze di Natale, sono tutti tornati dai rispettivi college e passano i giorni a ciondolare per feste e concerti new wave. Fra una festa e l’altra tirano coca e fanno sesso estremo. Non si meravigliano di nulla e sono divorati da un senso di vuoto costante. Clay, il protagonista \voce narrante si prepara a passare un altro Natale diviso fra i genitori divorziati e le sue sorelle. La sua ex ragazza gli è indifferente, non sa se dopo le vacanze riprenderà gli studi. L’unico suo divertimento è guardare i video su MTV senza audio.
Clay è un antieroe di qualche tempo fa: bellissimo, desiderato e ricco. Non sa che farsene della sua giovinezza e uno dei pochi momenti in cui il protagonista si sente “vivo” è quando, dopo un concerto degli X (band punk rock californiana che chiamò il suo capolavoro “Los Angeles”), trova con i suoi amici il cadavere di un ragazzo. Rimarranno per molti minuti a guardarlo ed uno di loro gli sferrerà un calcio. In Italia il libro venne prefatto, nella sua prima edizione, da Fernanda Pivano, che metteva in evidenza la scrittura distaccata di Ellis e la maturità ostentata dall’autore. Sembra un libro scritto da un veterano, piuttosto che da un esordiente. Solo in alcuni punti emerge una tendenza all’autobiografia che smaschera questo libro come una fantastica opera prima. In seguito Ellis diventerà uno dei più apprezzati scrittori viventi e darà coerenza alla sua descrizione dell’autodistruzione e della decadenza di una certa “Super borghesia W.A.S.P.” entrando ed uscendo da cliniche di disintossicazione frequentate da registi, attori e rockstar. Il “Brainstorming del valium” si concluderà nel 2005, anno di pubblicazione di Lunar Park, romanzo che sintetizza fra le sue pagine l’horror di Stephen King, la vita dorata dei romanzi di Tom Wolfe e resuscita i protagonisti dei suoi libri per una serie di partecipazioni inquietanti alla trama. Ritornando a Meno di Zero, non si può ignorare la grande influenza che ha avuto anche per alcuni scrittori Italiani: Alessandro Piperno (autore di Con le peggiori intenzioni, best seller italiano nel 2004) non ha mai negato l’influenza dell’esordio di Ellis nel concepire i suoi “schifosamente reali” Pariolini, oppure, Edoardo Nesi (autore nel 1994 di Fughe da fermo) nel suo esordio descrive una gioventù vissuta negli agi a Prato, prima che arrivassero i Cinesi, e intervallata da considerazioni oziose e nottate chiuso in auto a fare sesso con dei transessuali ascoltando i Nirvana. Questa realtà non ha subito la “cura Ludovico” Ellis? Nel 1994 forse era un po’ troppo, ma poi il rampollo di casa Agnelli ci avrebbe abituato che questa sarebbe stata la norma.
Bret Easton Ellis non è uno scrittore pulp o hard boiled, è, in molte sue opere, un realista. Un realista che si tiene lontano dalla moralità, perché i suoi personaggi non sembrano averne una. Alla noia di Clay non c’è una salvezza, così come non arriva una punizione per Patrick Bateman, il crudelissimo yuppie serial killer di American Psycho (probabilmente il suo libro più venduto e più copiato). Alla fine la fanno tutti franca e nessuno versa una lacrima. E’ proprio la Los Angeles degli anni ottanta, quella dei Dead Kennedy’s e di Pat Benatar, così chiassosa ed eccessiva, così cosmopolita e razzista allo stesso tempo. Ellis ha affermato che le descrizioni dei luoghi sono fortemente influenzate dalla scrittrice Joan Didion, ma oltre alla bravissima autrice di Miami, Ellis paga qualcosa anche ad Hemingway e John Fante. L’economia di vocaboli di Ellis e la sua capacità evocativa mostrano nel suo DNA artistico l’ossessione per la grande letteratura Nord Americana. La gente a paura di buttarsi nelle strade i Los Angeles, un giovanissimo Ellis esorcizza questa paura scrivendo un romanzo di formazione e riattualizzando il ruolo dell’adolescenza nella letteratura. Prima di lui e così bene solo un certo J.D. Salinger. Ellis non è solo, alcuni suoi coetanei producono negli stessi anni alcune opere prime che verranno ascritte alla corrente del “minimalismo” (Jay McInerney e David Leavitt), Fernanda Pivano darà di loro però la più calzante definizione di “Post-minimalisti”, evidenziando in questo modo le differenze che esistono fra questi giovanissimi e la vecchia guardia della letteratura minimalista, ed è evidente che i “post” non hanno la spinta “sociale” che animava le opere dei loro predecessori (Carver, Hemingway e joan Didion).
La rimozione silenziosa del trauma della “sporca guerra” in Vietnam, l’uso di una lingua che rifiuta le “incursioni” etniche ed arriva ad una letteratura “globale” che rifiuta la sperimentazione linguistica del postmoderno “duro & puro” (Barthelme e Pynchon) sono le caratteristiche peculiari di questa “scena”. Una letteratura accusata di essere eccessivamente vuota e poco fantasiosa, ma non si può negare che con Ellis e soci si è assistiti alla nascita di un movimento artistico che tuttora esercita un forte fascino (ed una grande influenza) su molti scrittori.
Secondi inutili che sparano sul nulla. In ogni casa si formano bolle di respiro che si fermano all'altezza del lampadario ed esplodono. Nelle cucine ci sono disegni sui vetri pieni di condensa e moscerini spiaccicati. Molto prima che ci entrassero era già così. In quella casa c'era già stato qualcuno e quel qualcuno perdeva pezzi. Erano pezzi di carne.
Il grande circo della noia riapre i battenti. Seguo su tutti i siti il caso VALLETTOPOLI. Le agenzie si sprecano e fanno cadere le braccia e fanno uscire un circolo di amici degli amici schifosi e pieni di fango. Lele Mora è un personaggio per il quale Petronio avrebbe fatto a botte: spendaccione, ottuso e burrosamente femmineo. Fabrizio Corona: lui è proprio il peggio di tutti, cinico fino alla fine. Nelle intercettazioni con il sodale Mora si vantava che il padre della vittima più piccola della strage di Erba avesse una maglietta "CORONA'S". Un verme.
Tutti dietro loro: salottieri, vippette, puttanelle, fotografi, spacciatori. La fierà dell'inutilità. Il mio coinquilino ha la febbre ed ho preso in braccio un gatto bellissimo.
Una decina di anni fa andammo a Bivongi. Come molti di voi sanno a Bivongi vive una tenace comunità di monaci Basiliani. Non sto a spiegarvi che cosa sono i Basiliani, è veramente una cosa che non trovo interessante. Insomma andammo lì e partecipammo ad una confereza che non ricordo, poi andammo a pranzo ed il Vescovo disse qualcosa circa la gioia del pasto.

In ogni girone dell'infero c'erano dei diavolacci diversi. geppo era l'unico buono. I fumetti di Geppo erano quelli economici. Quando non avevo soldi per uno speciale dei fantastici quattro, o per un numero di Thor, mi compravo i pacchi di braccio di ferro. Dentro c'erano i due gatti che non mi ricordo come si chiamano, l'ombra ed il suo padrone ed infine Geppo. Anche il mago merlotto non era male, mangiava da schifo, era chiaramato disegnato su Otelma.

Ad un certo punto ti convinci che anche se il calendario va avanti il tempo non passa mai. Questa dilatazione del tempo è stata creata dall'università. Gli anni in università mi sono sembrati una lunga giornata piena di cose da fare e da vedere. Il giorno dopo la mia festa di laurea ho scoperto che erano passati quattro anni. Fu traumatico, ma non mi misi a cercare capelli bianchi davanti allo specchio. Erano giorni perfetti di rumore, erano proprio giorni noise. Se dovessi stilare una classifica dei dischi (o delle canzoni ) più ascoltati in quei giorni sarei capace di rispondervi senza intoppo.
Diaframma-CALDO
Micah P. Hinson-PATIENCE
Los Fabulosos Cadillacs-STRAWBERRY FIELDS FOREVER(cover Beatles)
Jesus and Marychain-WHO DO YOU LOVE (cover Bo Diddley)
Editors-MUNICH
ce ne sono altre, solo oggi ascolterei volentieri queste